Mercati, Fomc: “Possibile una recessione, seppur limitata”

Ieri sono stati resi noti i dot plot dell’ultimo meeting del FOMC. La stragrande maggioranza dei membri del FOMC erano favorevoli, il 13-14 giugno scorso, a tenere i tassi fermi nell’ultimo meeting. Gli stessi si sono comunque dichiarati anche favorevoli ad altri rialzi dei tassi nel corso dell’anno. Nei verbali si legge che l’inflazione core (che è quella che guarda la FED) non appare diminuita a sufficienza dall’inizio dell’anno. Inoltre, va detto che i membri del FOMC non hanno ancora del tutto abbandonato l’idea di una recessione lieve nel corso del 2023, seguita da una ripresa moderata.

Ma se con un rialzo di 500 punti base i poco più di 12 mesi l’inflazione non è ancora sotto controllo, che cosa mai dovrebbe fare la FED per avere ragione dell’inflazione?

Le autorità monetarie e finanziarie dovrebbero continuare a controllare e mitigare i rischi di instabilità finanziaria. Ma dovrebbero soprattutto comunicare chiaramente le azioni che intendono intraprendere per soddisfare i loro doppi mandati di stabilità dei prezzi e stabilità finanziaria (la Fed ha qualche mandato in più). Tra le diverse aree di azione, le banche centrali e i regolatori devono agire in particolare per garantire che le banche di piccole e medie dimensioni dispongano di adeguati coefficienti patrimoniali e di liquidità ma soprattutto di adeguati piani formali per far fronte a eventuali carenze di capitale, conducendo rigorosi stress test nei confronti del credito e dei rischi di liquidità, in particolare nei mercati immobiliari.

Da non sottovalutare la mancanza di dati sugli istituti finanziari non bancari (NBFI), che imporrebbe un rafforzamento della regolamentazione e della vigilanza ad essi applicate. Soprattutto per capire se nuovi problemi che potrebbero colpire i mercati richiedono ulteriori iniezioni di liquidità da parte di istituzioni bancarie o non bancarie e non delle banche centrali. Tali iniezioni dovrebbero essere fissate ad un livello relativamente elevato, essere accompagnate da criteri precisi, essere limitate nel tempo e mirare a minimizzare l’azzardo morale. I problemi di solvibilità non dovrebbero quindi essere risolti con iniezioni di liquidità da parte delle banche centrali, ma essere gestiti attraverso regimi di risoluzione nazionali che limitino la necessità di ricorrere a fondi pubblici.

L’enorme lavoro delle banche centrali sta portando alcune di loro ad accusare il colpo: non è un mistero che il rosso registrato dalla Bundesbank possa richiedere un aumento di capitale. Comunicando chiaramente le significative perdite finanziarie che stanno attualmente segnalando, crediamo che le banche centrali manterrebbero la loro credibilità, garantendo nel contempo l’efficacia della politica monetaria. Queste perdite sono dovute all’espansione accelerata dei loro bilanci dopo la crisi economica globale, al deprezzamento delle attività che detengono, in particolare i titoli a lungo termine acquistati nell’ambito della loro politica di allentamento quantitativo, e all’impatto dei rapidi aumenti dei tassi di riferimento sulla remunerazione dei depositi delle banche commerciali presso le banche centrali. Non escludiamo che l’entità delle perdite segnalate potrebbe aumentare ulteriormente negli anni a venire.

Questa evoluzione ha evidenti ripercussioni sulla finanza pubblica in quanto ha l’effetto di ridurre o bloccare le rimesse della banca centrale allo Stato. Sarebbe sbagliato considerare le perdite dichiarate delle banche centrali come un segno del fallimento delle loro politiche, in quanto tali deficit derivano dal loro mandato di stabilità dei prezzi e non comportano necessariamente una perdita della loro indipendenza, poiché possono operare efficacemente anche quando le loro il patrimonio netto è negativo.

A cura di Antonio Tognoli, responsabile macro analisi e comunicazione di Cfo Sim